lunedì 12 gennaio 2009
Meliusum - "Bella si muoru"
Bella si muoru... Te lassu dittu
Nu mme mintiti ammie ccu l'autri muorti
Fhacitime na fhossa longa e stritta
Ppemmu cce cape llu mio affrittu cuorpu
U tavutiellu inchjiti d'ova fhritti
E llu cuvierchiu fhattu e cappellazzi
E ppe cushjinu mintiti nu prisuttu
Ppe candilieri corde de sazizzi
Ppe d'acqua santa usati vinu fhorte
Pue me mintiti ammienzu de due schette
Cantatime le requie... SUGNU MUORTU.
giovedì 11 settembre 2008
Ricordi belli e tristi
Siamo nati in un paese molto povero
Da ragazzi i nostri giocattoli erano quelli che ci dava la natura. E noi li scoprivano nella terra nei fiori nei frutti negli oggetti. I nostri passatempo sono stati i chiodi, i ciottoli del fiume, le palline di vetro delle gassose, i pezzi di legno, i rocchetti del filo da cucire, zufoli, flauti (cindrilli, chjova, stacce, viettura, rocchelli, tirri, fhischaruli, fhischette, etc).
Per tanti anni, e ancora adesso, penso che dopo queste cose, non ho sentito mai, quanto le cose che ebbi fossero mie. L’adolescenza e l’infanzia sono stati per noi tutti qualcosa di indimenticabile, come la primavera che ogni giorno ci fa scoprire profumi nuovi, colori e segni di rinascita di vita .Da ragazzi abbiamo trascorso qui le feste, qui frequentato la scuola e scandito le stagioni. Ci siamo inebriati dei campi arati da poco, dal profumo della terra ,dall’erba appena tagliata, dal profumo del fieno, dal fruscio del grano accarezzato dal vento, che per noi prendeva le sembianze di un’onda di quel mare che forse non avevamo mai visto, l’ombra delle grandi querce, le siepi di rovi cariche di more, i nidi degli uccelli preda di noi piccoli cacciatori,i fichi che sostituivano le caramelle, gli ulivi, i fichi d’india che malgrado la pericolosità qualche volta riuscivamo a portar via, il canto delle cicale, le lucciole che rincorrevamo nelle calde notti di giugno, la polvere il fango, le povere case, e le persone del paese, gli amici e i compagni delle nostre avventure. Sentivamo e forse lo sentiamo ancora che tutto ciò ci apparteneva, che era dentro di noi. Perdemmo la nostra innocenza e le nostre certezze, solo quando il nostro destino venne improvvisamente attraversato dal treno. Partimmo portando con noi, nella valigia di cartone legata con lo spago,quanto si poteva per intraprendere un viaggio che conduceva più che a una destinazione ad un destino. Da allora le stazioni, i treni,le sale d’aspetto diventarono per necessità i luoghi d’incontro per comunicare il nostro estraneamento, la nostra fuga, le nostre aspirazioni .E si partiva per Roma per il nord Italia Milano, Torino, la Svizzera, la Francia ,il Belgio, la Germania L’America, sempre cercando di stare il più lontano possibile da ogni forma di sfruttamento e di disagio. L’emigrazione portava via noi, come prima aveva portato via i nostri padri, che ci venivano riconsegnati soltanto per le feste, a Natale con torroni susumelle, cioccolate e un’immancabile bottiglia di liquore che a quei tempi così come era successo precedentemente con il rosolio, andava a sostituire la classica bottiglia di Anice; Era il millefiori. Bottiglia lunga colore giallo ,con dentro la classica frasca carica di cristalli di zucchero, che veniva posta a padroneggiare sul comò ( o alla spuntuniera) accanto alle foto di famiglia come a simboleggiare un ritrovato benessere .Sono partito per la prima volta il 24 agosto del 1969, avevo solo 15 anni ed ero pronto per l’avventura. Eravamo in tanti ed andammo alla stazione di S. Eufemia ,con con la vecchia 600 multipla di Antonio Juliano. Prendemmo d’assalto i vagoni per Torino che erano fermi alla stazione entrando nella carrozza non attraverso la porta ma dai finestrini. Siamo scesi dai finestrini anche quando arrivammo alla stazione di La Spezia ma in questa circostanza a giustificarci ci fu l’impossibilita’ di attraversare il corridoio in quanto era diventato un carnaio di gente stipata tra i bagagli, che raggiungevano l’altezza dei finestrini. A distanza di quasi 40 anni e’ ancora in me vivo lo sguardo severo di quella gente che ci guardava in modo strano,e noi senza rendercene conto sembravamo nello stesso tempo, incantati e spauriti, come quegli uccelli che anno appena spiccato il primo volo, dal loro nido e non riuscendo ancora a volare con destrezza saltellano per terra. L’impatto con un mondo completamente diverso dal nostro non ci spaventava, eravamo animati da una voglia matta di fare , eravamo sicuri che da quel sacrificio dipendeva il futuro delle nostre famiglie,il cambiamento del nostro paese,il nostro riscatto. Man mano che il treno effettuava nuove fermate, le carrozze e i corridoi si riempivano come un’uovo. Dopo circa mezzora di viaggio non riuscendo a stare seduto,per la curiosità di vedere qualcosa di mai visto, mi sono alzato per andare in corridoio, immediatamente un signore mi ha chiesto se poteva occupare temporaneamente il mio posto,ed io sorridendo gli ho risposto, si che poteva.Sono rimasto in corridoio per un paio di ore, e quando avrei voluto riprendere il mio posto, il signore si era addormentato, cosi per timore di essere sgarbato ho passato tutto il viaggio in corridoio, a contemplare le stelle e a sognare circa il mio futuro, proiettandomi in un mondo meraviglioso e sconosciuto nello stesso tempo. Intanto il signore che occupava il mio posto non so se per finta o sul serio, ha continuato a dormire tutta la notte senza svegliarsi mai. Vagando così nel mio sogno, mi immedesimavo in qualcosa del mio futuro, che mi sembrava sempre più reale ed alla mia portata. Intanto per effetto della stanchezza la gente si accomodava per terra rendendo impraticabile il corridoio mente i gabinetti erano stati invasi da miriadi di valigie di cartone contenenti miseria e sogni legati insieme con lo spago. Fu così che mentre vicino al finestrino, mi perdevo in quei sogni, alcuni ragazzi di San Michele che si trovavano due o tre sportelli più avanti del mio, con la delicatezza contadina del tempo tirarono una sputacchiata fuori del finestrino, che per effetto della velocità del treno fece un’insidiosa curva a 180 gradi finendo la sua corsa sulla mia faccia, con l’effetto di farmi risvegliare dal sogno e tornare con i piedi per terra, in quella realtà che altro non era che lo sradicamento della nostra gente dalla sua terra e dai più elementari affetti familiari e non.
Pino Della Porta
mercoledì 26 marzo 2008
La donna calabrese: ieri e oggi
La donna calabrese: ieri e oggi
Per i nostri antenati la donna era considerata in condizioni di passiva subalternità nei confronti dell'uomo. La Storia Sacra, addirittura, riporta fin dal suo inizio un episodio non proprio edificante. Verso il 1850 a.C. il Signore disse ad Abramo: "Parti dalla tua terra e vieni nel paese che ti mostrerò. Poi farò di te una grande nazione, ti benedirò e farò grande il tuo nome". A tale invito il semita lasciò la Mesopotamia per trasferirsi in Canaan. Era con lui, unitamente agli altri, la moglie. E stando per entrare in Egitto, Abramo disse a Sara: "So che tu sei una bella donna e che gli Egiziani, appena ti avranno veduto, diranno: - E' sua moglie - e uccideranno me, e lasceranno a te la vita. Di' dunque che sei mia sorella" (Gen.,XII).
Convinse allora la consorte di concedersi al Faraone. In cambio riceverà greggi, armenti, asini, schiavi e cammelli. L'avvenenza femminile, come appare, viene messa a frutto fin dalla Bibbia. Anche nella tradizione popolare calabrese c'imbattiamo spesso in facezie, metafore eufemistiche e domande maliziose:
"Piscinara, chi ti dassàu Patri Gustinu?" (Pescivendola, che cosa t'ha lasciato Padre Agostino?), chiede con ironia l'audace giovane, e la donna di rimando: "Chidu chi 'nci dassàu l'arcipreviti a to' soru!" (Ciò che l'arciprete ha lasciato a tua sorella!).
La forza erotica della donna, è risaputo, non trova paragone con l'uomo:
"Tira cchiù 'nu pilu di fìmmana a la 'nchianata, ca 'nu paricchiu di voi a la calata" (Trascina più un pelo di femmina in salita che un paio di buoi in discesa).
Ma non è questo l'intento del nostro discorso!
Un fantoccio qualsiasi è da preferirsi ad una donna, sostiene un aforisma di San Martino di Taurianova (Reggio Calabria): "Mu jesti omu e puru mu jè di pàgghia". La donna, infatti, ha capelli lunghi e cervello corto: "'A fìmmana 'ndavi i capidi longhi e 'a menti curta". E' ben misera la casa in cui manca un uomo, buono o triste che sia: "Bonu tizzuni e malu tizzuni, amara chida casa chi no' ndi chiudi!".
Un marito dappoco era superiore a qualsiasi amante imperatore: "Mègghiu maritu nipiteda e no' garzu 'mperaturi".
La nascita di una bambina costituiva motivo di preoccupazione per numerosi genitori, in quanto occorreva predisporre il corredo nuziale: "'A fìgghia 'nda fàscia e 'a doti 'nda càscia". (La figlia in fasce e la dote nel baule).
Venivano privilegiati i maschietti che - oltretutto - garantivano la continuità del casato: "Aundi 'nc'è omu 'nc'è nomu". (Dove c'è uomo c'è nome).
La virilità era una prerogativa indispensabile per gli uomini: "Diu mu ti lìbara di l'òmani spani e d''i fìmmani barvuti!". (Dio ti scansi dagli uomini imberbi e dalle donne barbute!).
Gli incarichi di responsabilità venivano affidati al sesso maschile, alle donne non era permesso accedere a tante cariche pubbliche. All'uomo si confaceva il fucile come al gentil sesso la calza: "All'omu 'a scupetta, a' fìmmana 'a cazetta".
Si diceva ancora a S. Martino, come in altre località calabresi:
"Se voi vidìri 'a bella massara, guàrdala quandu smìccia la lumera".(La vera massaia si rivela intenta ai lavori domestici da mane a sera, fino al lume di candela). La passività imposta rendeva vulnerabile e bisognosa di protezione ogni donna: "'A fìmmana senza statu è comu 'u pani senza lavatu". (La nubile è come il pane senza lievito). Di conseguenza, il matrimonio si celebrava molto presto: "A quindici anni 'a mariti o 'a scanni". (A quindici anni la donna dovrà accasarsi).
Le virtù delle figlie si misuravano dal luogo di provenienza: "La fìmmana com'è faci li cosi, lu focu di chi jè faci li brasi". (Dalle opere si giudica la stirpe, come dalla brace la legna). Ma se il matrimonio procurava dignità, era pur vero che la fortuna della famiglia dipendeva dalla donna: "'A fìmmana faci e 'a fìmmana spaci 'a casa". Non c'era da fidarsi delle donne che perdevano tempo fuori casa: "'A fìmmana chi va' fora no' tila e no' lenzola". (Chi va in giro non disbriga alcun corredo). Era, pertanto, da punire severamente colei che si allontanava senza motivo dalle mura domestiche: "A' fìmmana chi anda, rruppinci la gamba!").
Gli occhi rappresentano ancora la finestra dell'anima: "'A fìmmana vana si canusci all'occhi, l'omu mortu di fami a li stendicchi". (La vanità femminile traspare dagli occhi, l'uomo affamato dagli stiracchiamenti).
La natura può privilegiare una donna facendola nascere graziosa: "Cu' nasci bella nasci maritata". (Non ci sono difficoltà per una bella a trovare marito).
In passato si consigliava di preferire l'avvenenza femminile al danaro: "Se ti mariti pìgghiati 'na bella e no' 'na brutta cu' 'rrobba e dinari: la 'rrobba si 'ndi va' all'acqua e allu ventu, la bella resta e ti la poi prejari". (Le ricchezze andranno dissipate, ma una bella consorte si può ammirare ed amare per sempre).
Una mogliettina carina, inoltre, era motivo di orgoglio: "Cu' havi dinari pocu sempri cunta, cu' 'ndavi 'a muggheri bella sempri canta".
Così i nostri avi più fortunati che lavoravano fuori, lontani da casa, rientravano volentieri a fine settimana per abbracciare la loro amata: "Lu sabatu si chiama allegra cori pe' li muggheri di li foritani: a cu' l'avi bella 'nci allegra lu cori, cu l'avi brutta chi nci torna a fari?".
Ed infine, non c'è rimedio per le megere: "La brutta quand'è brutta di natura, hai vògghia pemmu fai lu strica e lava; la bella quand'è bella di natura, cchiù sciamparata (disordinata) va' e cchiù bella pari!".
"No comment" in quanto le donne calabresi sono meravigliose!
Domenico Caruso
Storia e Folklore Calabrese
sabato 22 marzo 2008
Meliusum - Ditti Antichi
Ripercorriamo le nostre origini con i proverbi...
"DITTI ANTICHI" terza parte
(u dittu e l’anticu un vene menu mai)
- A CUDA ULLA SCURCI MAI
La finitura del lavoro e' meno faticosa ma molto piu' lunga. - ACQUA AVANTI E VIENTU APPRIESSU
Vento e pioggia ti accompagnino. Augurio a coloro che ci vogliono lasciare. - A GULLANA FA LLA FIMMINA PUTTANA E L'UOMU LATRU
La cattiva compagnia fa diventare l'uomo ladro e la donna puttana. - A CUMPAGNIA TE PORTA A MALA VIA
Il frequentare la compagnia potrebbe rovinarti. - A CCHINE ME DUNA NNA VOTA DE MUSTU IO CCE LU RIENDU DE VINU CHIARU, A CCHINE U MME DUNA NNA URA DE GUSTU IO CCE LU RIENDU DE CHIANTU AMARU
A chi mi da del mosto io gli rendo vino. A chi non mi da gioia io gli daro' pianto amaro. - AD APRILE JETTA U MANDILE
In aprile butta via il mantello (L'inverno e' gia' passato). - FACCE NUN GUARDATA CCHIU DE LATRE E' DISIJATA
Quello che non riesci a vedere lo desideri di piu' (Il viso che non vedi). - A VURPE CACCIA SEMPRE LUNTANA DA TANA
La volpe caccia sempre lontana dalla sua tana. - A FHAME CACCIA LLU LUPU DA TANA
Quando il lupo lascia la tana e' solo per fame. - FIMMINA E RAZZA SIN'A CINQUANTA PORTA MBRAZZA
La donna di razza fino a 50 anni e' ancora fertile. - A FORZA A VO LLU VOI
Il bue deve avere la forza. (L'uomo l'intelligenza). - A GALLINA FA LL'UOVU E ALLU GALLU LE VRUSCJIA LLU CULU
La gallina fa l'uovo e il gallo si lamenta. Si dice quando tu lavori e chi ti sta a guardare avvisa stanchezza. - A GALLINA CECATA PURU ALLU SCURU SCAVINIJA
Per la gallina cieca non c'e' differenza tra il giorno e la notte (Si dice a quelle donne che non finiscono mai di lavorare). - A GATTA PRESCIAROLA FA LLI FIGLI UORVI
La gatta frettolosa fa i micini senza occhi (la fretta fa dimenticare qualcosa). - U GATTU CHE MPARATU ALLU LUCIGNU UN SI NDE CURA SI UN SE VRUSCJIA L'UGNE
Il gatto abituato al fuoco non si sposta anche se si brucia le unghie (Chi e' abituato al rischio non cambia anche quando si scotta). - AGUSTU FHA LLE LITTERE E SETTEMBRE E LEJE
Agosto scrive lettere e settembre le legge (In Agosto si odono tuoni in lontanaza senza temporali ed in settembre i temporali arrivano senza preavviso).
giovedì 13 marzo 2008
Meliusum - U 'mpiernu
JIVI ALLU MPIERNU E DISSI AIUTU AIUTU
TUTTI CURRIERU CCU’ LLIGNA SICCATI
E CHINE M’ASPETTAVA LLU CCHIU’ AIUTU
CHILLU E’ VENUTU LU CCHIU’ CCARRICATU
Cuore di "Migliusaru"
COSI’ COME IN QUESTA FILASTROCCA CHE RECITAVA MIA MADRE QUANDO ERA IN DIFFICOLTA E SI ASPETTAVA AIUTO DA CHI IN PRECEDENTEMENTE AVEVA AIUTATO.
(si un mm”aiuti mancu mu me scollicini)
giovedì 7 febbraio 2008
Meliusum - "Ditti Antichi"
"DITTI ANTICHI" seconda parte
(u dittu e l’anticu un vene menu mai)
- MANGIA CHILLU CHI VUE MMA’ LASSA A VUCCA ALLU CASU
Termina ogni pranzo con il formaggio - A CARNE VA CCU LL’UOSSU
Insieme al’osso ci deve essere anche un po di carne - CHINE UN SE PO MANGIARE A CARNE SE VIVE LLU VRUODU
Chi non e’ abile e scaltro deve accontentarsi - DA MORZA VENE LLA FHORZA
La salute dipende sempre da quello che mangi - MIEGLIU PANE E CIPULLA ALLA CASA TUA CA PISCI E CARNE ALLA CASA E L’AUTRI
Meglio la frugalita di casa nostra (dove decide tu) che l’abbondanza in casa d’altri (dove sei un pesce fuor d’acqua) - MIEGLIU PANE SCURU CA FAME NIURA
Meglio mangiare pane di castagne che morire di fame - TAVULA RICCA PEZZENTERIA VICINA
La troppa abbondanza in tavola impoverisce la casa - QUANDU A TAVULA E` MMISA CHINE U MMANGIA PERDE LLA SPISA
Quando la tavola e’imbandita non perdere l’occasione di mangiare - MANGIA ASSETTATU NTERRA E CHIUDI A PORTA CCU LLA VARRA
Fai in modo che nessuno sappia quando mangi, potrebbe non bastare per tutti - AMA DDIO SUPRA OGNI CCOSA MMA NU LL’ASSARE A CASA SENZA SPISA
Innanzitutto ama Dio, ma non lasciare mai casa tua senza provviste. - FRIJI I PISCI E GUARDA U GATTU
Mentre friggi il pesce stai attento al gatto (potrebbe fregarti) - L’AJIELLI E FHROTTA UN SE MBARRANU MAI
Lo stormo si mangia tutto. Se la richiesta e` troppa non c’e` niente che basti. - LATTUCA E LATTE E CAULI FHATTI
Lattuga tenera e cavoli consistenti - A MANGIARE E A VIVIRE OGN’UNU A SUO PIACIRE
Ognuno mangia e beve quello che piu` le gusta. - U MANGIARE E VIVERE TE SANA E LLA TROPPA FHATIGA TE CUNSUMA
Mangiare e bere aiuta la salute. Lavorare troppo consuma le tue energie. - A CORDA TANTU A TIRI CHI SE RUMPE
La fune in tiro per lungo tempo prima o poi si spezza - A PIRU SCOTULATU, AMARU CHI CCE ‘NCAPPATU
Non fatevi mai trovare sotto un’albero dal quale e` stata rubata la frutta, potreste pagare per un male non fatto. - ACQUA PASSATA UN MACINA MULINU
L’acqua che e` andata non puo` piu` far girare la ruota del mulino (non si puo` far tornare indietro il tempo).
mercoledì 6 febbraio 2008
Meliusum - "Ditti Antichi"
"DITTI ANTICHI"
(u dittu e l’anticu un vene menu mai)
- A TAVULA E A MMUGLIERE ACCOSTATE BENE
L’approccio con la tavola e con le donne deve essere sempre garbato - CHI ERVA MANGIA PIECURA DIVENTA
Chi frequenta determinate persone finisce per diventare come loro - CARNE E PUORCU E CAULI D’ UORTU, CHINE UN DE MANGIA SE TROVA MUORTU
Per i poveri non mangiare cavoli e carne di maiale significa morire - CUCUZZA E FIMMINA NUDA PORTANU L’UOMO ALLA SIPORTURA
La zucca e' senza sostanza mentre la donna le sostanze te le porta via fino a portarti alla morte - E PATATE SU ABBUTTA PEZZENTI
Le patate sono cibo per poveri - CHI VIVE ACQUA CAMPA NNU JURNU, CHI VIVE VINU CAMPA CENT’ANNI
Chi beve acqua vive un giorno chi beve vino cento anni - AD APRILE FAVA CHIJNA, MA SI UM ‘BENE MAJU UN SE CUCINA
In aprile le fave sono grosse ma troppo tenere per esser cucinate - MURA E CERASA CCHIU NDE MANGI… E CCHIU NDE TRASE
Non si e’ mai sazi di more e ciliege - MANGIA CUMU NU VOI E VIVI CUMU NU CIUCCIU
Mangia quanto un bue e bevi quanto l’asino - VINU VIECCHIU ED UOGLIU NUOVU
Preferisci sempre vino vecchio ed olio nuovo (l’olio invecciando inrancidisce) - PANE SINC’A CHI DURA E VINU CCU LLA MISURA
Il pane puo’ essere consumato tutto il vino deve essere dosato - VRUODU E SCAFHUNI, DOPPU N’URA SIMU DIJUNI
Il brodo vegetale non da sazieta’e un’ora dopo si ha ancora fame. - U MANGIARE SENZA VIVIRE E CCUMU U TIEMPU ANNIVULATU QUANDU UN CCHIOVE
Il mangiare senza bere e’ come un cielo nuvoloso senza pioggia - U VINU ALLONGA L’ANNI, L’ACQUA A VITA ACCURCIA
Il lubrificante della vita e’ il vino (l’acqua accorcia la vita) - A NZALATA BBONA CUNDUTA, ASSAI SALE E POCU ACITU
l’insalata migliore deve contenere molto sale e poco aceto - A PANZA E CCUMU N’UTRE, CCHIU CCE MINTI E CCHIU CCE CAPE
La pancia e’ elastica puo’ contenere anche il superfluo
giovedì 31 gennaio 2008
Meliusum - Ninna nanna
Oi ninna ninna ninna ninnarella
U lupu se mangiau lla pecurella
Oi pecurella mia cumu fhacisti
Quandu mbucca allu lupu te vidisti
E ninna ninna mbrazza de la nonna
A vera mamma tua e’ lla Madonna
Vieni Madonna vieni pigliatillu
Na uricella eppue tornatimillu
E ninna ninna ninna e vola
A mammarella tua vene e tte trova
Vene e tte trova duve tu si statu statu
Vicinu alla carrera addormentatu
E fai la ninna e doppu te rispigli
U bene de ssa mamma su lli fhigli
E ninna ninna ninna e fai lu bravu
Si nun te volia bene nun cantava
E San Giuseppe sempre caminava
Tutti li piccirilli addormentava
E ninna ninna ninna ninnarella
U lupu se mangiau lla pecurella (bis)
Meliusum - Glottologia migliusese
Il dialetto, i monumenti e l’architettura etc spesso esprimono il passaggio in Calabria dei diversi conquistatori, nel corso dei tremila anni della nostra storia.
Il passaggio di questi popoli ha lasciato traccie molto profonde, ma anche queste col passare degli anni man mano vanno scomparendo. Il dialetto in particolare e’ uno dei principali elementi che dopo gli anni sessanta e` totalmente cambiato ed alcuni vocaboli ormai non si usano piu’ completamente in quanto le nuove generazioni propabilmente non li hanno mai sentiti nominare. La Calabria nel corso degli anni e’ passata dal linguaggio Tosco -umbro delle prime popolazioni lucane e bruzie a quello francese e spagnolo passando in precedenza dal greco e dal latino cercando di conservare viva la memoria delle culture sovrapposte. Mi soffermo su alcuni passi di storia per descrivere anche il nostro carattere che ancora oggi patisce del vecchi retaggio culturale dovuto alle varie dominazioni.
Intorno all’anno mille c’erano i Normanni poi i Francesi (gli Angioini) Gli Spagnoli che erano in Sicilia sin dal 1282 arrivarono in Calabria intorno al 1443 (gli Aragonesi), con le loro truppe provenienti dalla Galizia e dalla regione di Aragona.Propabilmente la fortezza di Don Rico risale a quel periodo. Tra le truppe spagnole si era distinto per perizia e valore un certo Monino Osorio fratello del conte don Rodrigo Velloso signore di Rivera e Cabrera in Galizia che non essendo primogenito e non avendo ereditato titoli nobiliari venne insignito da re Alfonzo I per meriti di guerra del titolo di Don Rico che non significa don Enrico ma bensi Ricco signore (Rico Homen). Questo titolo veniva dato a coloro che pur avendo grandi meriti non potevano fregiarsi di titoli nobiliari.
Durante e dopo la scoperta delle americhe le dominazioni straniere in particolare Francese e Spagnola si alternavano come i governi della republica dal 1945 al 1992. Tante volte come successe quando gli aragonesi vennero cacciati definitivamente: Francia e Spagna si misero daccordo per spartirsi il Regno di Napoli i Francesi attaccarano gli Aragonesi da nord (Gaeta) gli Spagnoli fingendo di accorrere in loro aiuto sbarcarono in Sicilia e alla fine Francesi e Spagnoli si spartirono la preda facendo finire il dominio degli Aragonesi in Italia.
Il meridione d’Italia entro’ cosi’ a far parte dei domini spagnoli mentre il ducato di Milano fu assegnato alla Francia. A noi italiani meridionali in modo particolare... il privilegio di lavorare per gli uni e per gli altri, ingrassando con le nostre risorse i forzieri delle loro corone. Ma noi siamo sempre stati un popolo che sa adattarsi ad accettare; e il nostro attegiamento, come gia’ altre volte (e ancora oggi ), fu pragmatico ed equidistante e cosi’.
Ieri si gridava Viva lla Francia domani Viva lla Spagna ..….. abbasta ca se mangia Gia’ allora si apparteneva tutti o quasi al P D P che non era il Partito Democratico Popolare bensi’ il Partito della Pagnotta.
Come concludere? Di invasori ne abbiamo avuti una marea. Persino nella seconda Guerra mondiale truppe indiane, marocchine, di pelle rossa nera e marrone al seguito dei liberatori anglo-franco-americani; e tutti hanno lasciato traccie anche genetiche del loro passaggio. Ci mancano solo I Cosacchi del Don ma non perdiamo le speranze: sara’ per un’altra volta.
Quante guerre, quante vessazioni,quante travagliate vicissitudini. Eppure abbiamo resistito siamo sopravvissuti pur assimilando qualcosa da tutti ed esportando cultura la nostra cultura che e’ forse fra le piu’ ricche che il genio umano abbia saputo produrre.
Un’ultima piccola considerazione Per secoli siamo stati spartiti invasi dominati come una colonia perche’ eravamo diventati una res nullis, una terra di nessuno senza padrone e con una posizione strategica eccezionale, produttrice di ricchezze agricole e commerciali; con popolazioni sempre pronte al duro e fruttuoso lavoro da sfruttare.
C’e’ da scommetterci che se per assurdo fossero state gia’ conosciute e applicabili le oggi note potenzialita’ del petrolio i vari conquistatori di turno ci avrebbero certamente lasciati in pace e avrebbero intensificato e prolungato le loro Sante Crociate nel vicino Oriente, e le loro fameliche mire si sarebbero rivolte esclusivamente verso quei lidi, a spese di qualche malcapitato Bin-Sala Bim o Ali Baba.
venerdì 18 gennaio 2008
Meliusum - L'Affascinu
(Tra magia e credenza pagana)
La fede religiosa ha sempre accompagnato la vita di tutte le persone del nostro paese malgrado ciò dalla notte dei tempi si e` sempre creduto nella magia (meglio definita "magaria") nel Malocchio e nell’Affascinu. Nelle nostre case era facile trovare insieme alle immagini sacre il corno il ferro di cavallo il nastro rosso anche nelle culle ("nache") dei neonati. Secondo le credenze questo serviva a scacciare il malocchio e l’affascino. Dell’affascino erano generalmente colpiti i bambini (raramente anche i grandi). Anticamente c’erano e forse ci sono anche adesso pregiudizi nei confronti delle donne in particolare coloro alle quali venivano attribuiti poteri particolari; Allora bastava un’occhiata un complimento una parola in più e’ si attaccava l’affascinu. Fortunatamente esistevano ed esistono ancora persone in grado di rimuoverlo e guarire. Generalmente le guaritrici erano persone anziane gelose delle loro conoscenze e che avevano ricevuto in dote l’iniziazione a ciò nella notte di Natale da altre donne esperte e gelose quanto loro. Dai miei ricordi emergono Aiello Rosa (za Rosa e mulinari), za Nziana, za Delina(e l’occhi russu), za Mariangela dei Viesci, ed Angelina Lovece. Colui che era affetto del cosiddetto affascinu doveva ricorrere alla guaritrice direttamente o tramite altra persona in questo ultimo caso alla guaritrice doveva pervenire un qualcosa d’intimo della persona affascinata generalmente un fazzoletto o se trattavasi di bambini un camicina. Era cosi' che cominciava llu spascinu. L’affascinatu o chi lo rappresentava doveva fare il segno della croce sulla fronte per sette volte mentre la donna iniziava a recitare quanto segue.
Chine t’affascinau u core li s’abbunnau
U core ccu’ lla’ mente e ll’affascinu u n’e` nente
Thri te ligaru thri te sciundieuru
U pathre u fhigliuolu e llu spiritu santu
Si e` uominu mu` ammuscia
Si e` fhimmina mu` cascula
Poi si recitava il Padre nostro e l’ave Maria per sette volte. Alla fine il Gloria Se la spascinatrice sbadigliava durante la recita del Padre nostro il malato era stato affascinato da un’uomo se sbadigliava all’ave Maria da una donna. Il Gloria era un’ atto ringraziamento a Dio. Alla fine del rito si tornava a casa e al 99% dei casi la persona affetta dall’ affascino era guarita o cominciava a dare segni di miglioramento.
Storie di Brigantaggio a Migliuso - I Valienti
I valienti altri non erano che i componenti della famiglia Scalise, proprietari del fondo denominato Valente, oggi di proprietà al novanta per cento delle famiglie Fragale e Vescio.
La famiglia Scalise era composta da quattro fratelli:Giuseppe Antonio – Domenico – Antonio e Saverio (detto Pettinicchiu). Denunciati dall’amante di Parafante (una ragazza di Decollatura) vennero arrestati il 15/febbraio/1811 con l’accusa di avere dato rifugio e protezione nel loro fondo di Valente al brigante Pietropaolo Mancuso soprannominato Parafante. Furono impiccati insieme alla madre Cassandra Mancuso e gli altri familiari il 14 marzo 1811 a Nicastro. Le loro teste vennero mozzate dal corpo ed appese a monito sulle querce, nella valle sottostante il loro caseggiato (a Turra). Da allora in poi il luogo venne chiamato a valla e Capuvecchia. Si racconta che il campo di cavoli che si trovava nei pressi non venne mai raccolto da nessuno, primo per paura e secondo per il fatto che i capelli delle teste appese, vi cadevano copiosamente sopra. Non avendo lasciato eredi il fondo venne assegnato in gestione provvisoria a Paolo Fragale, in quanto responsabile per Serrastretta , degli approviggionamenti e i rifornimenti alimentari alle le truppe Francesi.
martedì 15 gennaio 2008
Canzoni Popolari - A Riturnella

Fhermate mu te dicu due parole (2 volte)
Mu viju si rispunde llu mio bene (2 volte)
Un sente mancu u suonu da’ cammpana (2 volte)
L’amuri mio me staiu nsonnandu (2 volte)
Me stricu l’uocchi emme passa llu chjantu (2 volte)
E te lu spandu annu’ ramu de rosa (2 volte)
Ppemmu to stira biellu emmu to ‘nchjca (2 volte)
Vientu va portaccellu allu mio bene (2 volte)
Ca’ pierdu li sigilli de’ stu core (2 volte)
venerdì 28 dicembre 2007
Meliusum -Libertate
Vorra ntonare cumu nu tenore
Cantare cumu fha llu riscignuolu
Dire parole chi fhanu ‘ncantare
Mu dugnu vuce a chine un po parrare
Vandiare a tutti ca te vogliu bene
ccu’ttie sula me passanu ste pene
Tutti l’anu e sapire e vue u sapiti
Cumu ne mpasturanu i partiti
Ne inchjenu tutti de discurzi chjari
E ppue alla fhine su’ lupini amari
Chjudimu tutte e porte all’omerta’
E damu vuce attie oi liberta`
Puru quandu ne pari luntana
Rispundi sempre si ancunu te chiama
Tu ne vue bene senza gelusie
Senza ligaglie e senza pocrisie
Tu de partiti nun ne fhai ncippare
Cumu palumbi tu ne fhai volare
Vue sempre e sulu fhatti curti e chiari
No lle pistocchje de ssi parolari
Vorre mu vince sempre a verita`
E ppemmu u fhauzu sutta terra va’
Tu nun ne vue ccu’ l’ale ‘nchjovate
Tu si ll’amure si lla’ libertate.
Giuseppe Della Porta
Meliusum - Fhamme cuntientu
Un vuogliu autru sulu libertate
Chissu me passa hoje ppe lla mente
vuogliu na pinna e pagine rigate
Nchjuostru chi guttarija cumu nente
Dare tanta mportanza alle picate
All’aria fhrisca e chiara da matina
Alle canzune menze mpatocchjate
Chi me cantava sempre na vicina
Jire cuntientu sempre alla ventura
Carriare u pisu e l’amuri supra i spalli
A vucca lorda de cerasa e mura
E fhatigare senza fhare calli
Guardare u mundu si se po’ cangjare
Volandu cumu n’ajiellu culuratu
Tutta sta terra vuogliu rotiare
E scumbogliare chillu chi e`ammucciatu
Vuogliu sentire ssu gustu de vita
Vita chi ancore io nun canusciu
Vuogliu cuntare e chjudere a partita
Fhamme cuntientu senza fhare scrusciu.
Giuseppe Della Porta
mercoledì 19 dicembre 2007
Meliusum - Ricordi di...
Nonna Concetta
Verde era il colle con la quercia grande
Tesa sul mare piena di jurrande
Con me bambino a piedi nudi e sghembi
Tornavi verso casa coi tuoi legni
Le mani piene e le fascine al capo
Tenevi il portamento di un soldato
Le rughe che ti davano fierezza
Tante parole piene di saggezza
Quando la sera innanzi al focolare
Tu raccontavi e tutti noi a guardare
storie passate storie assai vissute
Storie che non andranno più perdute
Nel maggio di papaveri e di luce
Eri un gigante col suo passo audace
Con mano ferma senza alcun tremore
Eri la nostra guida il nostro amore
Alla mattina e immantinente a sera
Non ti mancava mai la caffettiera
Sul colle non c’e` più la quercia grande
Non carezza più il vento le jurrande
Dal colle ammiro e guardo lontano
Cerco qualcuno ma lo cerco invano
Sei tu nonna Concetta radiosa
Questo silenzio questa muta prosa
Sei tu che ci hai insegnato sempre a dare
Sei tu…
Non ti potremo mai scordare
Impressi nella memoria i gesti rituali di una nonna,immersi in un paesaggio agreste dove emerge prepotente il simbolo della vita.
Meliusum - U ruviettu
Nu jurnu chi caminandi mi ‘nde jia
Mpingivi ccu lli cauzi a nnu ruviettu
Cce` mancau pocu ppemmu m ‘e sciancava
Ad ogne rasa cce’ ssu’ maledittu
E pieju de na rugna arradicatu
Ull ’u scarisci mancu si te mpichi
E’ cumu chillu chi un ‘e vattiatu
Cumu a gramigna ammienzu de li viti
Na chjanta de ruviettu cca e’ nesciuta
Nessunu l‘a chjantata o siminata
Mancu na guccia d’acqua cce caduta
Sulu si chjove illa e’ abbiverata
Un sicca mmai mancu si e’ vrushatu
Quandu se trova ‘nterra nculluratu
E’ ancore pieju d ‘o fhilu spinatu
Duve cce’ illu. U’ vadu e’ mbarratu
Si i mura duci n’amu de mangiare
Stamune attenti alle dolenti spine
ve cunsigliera mu i llassati stare
Miegliu mu si nd’abbuttanu i picciuni
E.. ppuru quandu eramu guagliuni
De chilli mura duci jiemu pazzi
Dei poveri la vigna nue teniemu
Vindimavamu prima dei ruvazzi .
Un’incontro con un’erba cattiva e' nello stesso tempo generosa, evidenzia che dietro la nostra scorza, il nostro aspetto arido e selvaggio, alberga sempre qualcosa di buono.
Basta solo saperlo cogliere al momento giusto, cosi’ come sanno fare i bambini.
sabato 15 dicembre 2007
Tradizione e Folklore nei Paesi di Angoli, Cancello e Migliuso
Antonino Della Porta
martedì 11 dicembre 2007
Storie di Brigantaggio a Migliuso - Giovanni Falvo
Giovanni Falvo era nato a Villanova una frazione del comune di Pedivigliano. Villanova e’ un paesino le cui origini sembra risalgano in epoca romana. Pedivigliano quando nacque prese questo nome proprio perché venne costruito ai piedi di Villanova (Piedi-Villa). Giovanni giovane retto e onesto, si era sposato giovanissimo con Rosa, una ragazza di 16 anni di Pedace. Si uni’ alla banda di Giacomo Pisano (Francatrippa) dopo il famoso sacco di Pedace. Vessato come tutti dalla famiglia Leonetti, che come tutte le famiglie nobili dell’epoca, in quel periodo da fedeli borbonici, diventavano accaniti partigiani francesi, (l’importante era che restassero sempre padroni di tutto e di tutti). Lascio’ la sua giovane moglie Rosa in attesa di un bambino e prese la via dei monti. Durante questo periodo Rosa venne perseguitata e torturata perché volevano sapere dove si nascondeva Giovanni. Un giorno venne portata in un bosco, dove la leggenda narrava fosse nascosto un tesoro protetto da un sortilegio, che veniva annullato se sul posto fosse data la comunione ad un gallo e fosse stata scannata una donna incinta. Rosa si salvo’ dalla morte per il tempestivo intervento dei briganti ma nell’incidente perse il bambino. Nel 1807 Francatrippa sconfitto emigra in Sicilia. Giovanni condannato a morte viene salvato da un conoscente di Rosa che fa sparire dal tribunale i documenti che lo accusano. Ma ormai per Giovanni a Pedace era diventata irrespirabile anche l’aria, decide cosi’ di emigrare in America. Giovanni durante le sue scorribande aveva racimolato e nascosto un tesoro nei pressi del convento di San Francesco di Paola, e con questo decide di emigrare, ma avvisa Rosa di controllare dopo una settimana il luogo dove era nascosto il tesoro. Se Rosa l’avesse trovato significava che Giovanni era morto per mano dei francesi, se non lo trovava significava che era riuscito a partire e presto avrebbe chiamato anche lei. Rosa dopo dieci giorni ritrovo’ il tesoro e pianse Giovanni per morto. Non potendo più tornare a Pedace penso’ di utilizzare il tesoro per ricostruire un banda e vedicarsi di coloro che le avevano fatto del male. Si spoglio’ dei vestiti di Rosa e continuo’ ad essere il temuto brigante Giovanni Falvo. Giovanni che non era morto intanto si era ricongiunto alla banda di Francatrippa ed aveva partecipato all’espugnazione di Reggio e Tiriolo. Esattamente a Tiriolo Francatrippa perse la vita e la banda si sciolse definitivamente. Si racconta che mentre stavano incendiando la casa del prete di Tiriolo Francatrippa venisse colpito mortalmente in bocca dal prete stesso. Gridando vendetta prima di morire chiese ai suoi che venisse incenerito nel rogo che lui stesso aveva acceso. E fu’ cosi’ che fini’ la leggenda di Giacomo Pisano detto Francatrippa. Giovanni scampato alla morte trovo’ rifugio a Migliuso dove si era accasata la banda di Parafante, diventandone in seguito il suo luogotenente. Muore insieme al Parafante (per la seconda volta) il 15 febbraio 1811 nella località oggi chiamata "U chjusu". Come Parafante e tutti gli altri briganti anche Giovanni non era portato ad essere disumano per indole, ma per conseguenza alla naturale avversione alle ingiustizie, che per combatterle era stato costretto a diventare disumano, crudele e spietato, pero’ senza perdere mai affetto e amore. La leggenda narra che la banda Parafante venne scoperta e sgominata perché Giovanni non se la senti di scannare a freddo l’amante di Parafante cosi’ come gli era stato ordinato. La terza volta muore quando Rosa, che aveva continuato la sua lotta sui monti della Sila col nome di Giovanni, nel 1821 conosce un carbonaro patriota, si innamora di lui, si spoglia degli abiti del temuto Giovanni, abbandona la macchia e torna ad essere la dolce e bella Rosa. Giovanni a questo punto muore per sempre.
