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lunedì 22 febbraio 2010

Poesie per non dimenticare


“… la poesia diviene allora strumento per promuovere e incentivare quella cultura della sicurezza necessaria per incrementare la consapevolezza e la percezione del rischio intrinseco nel lavoro”.

POESIE PER NON DIMENTICARE
                                              

Primo concorso di poesia organizzato dall’INAIL e dall’Anmil di  Cremona. I vincitori.
                                                                       
Dedicata a Rosi e a tutte le vittime dell’asbestosi

A ROSI

Era un lavoro
per farti una casa
di rossi mattoni
e tendine cucite
con aghi di refe
e d’amore.
Hai avuto
una casa di legno
e aghi d’amianto
han cucito il respiro
e il tuo cuore.

Federica Longhi Pezzotti

La Ferriera alla periferia della mia città, ormai ha chiuso i cancelli… 
Ma quanto lavoro faticoso ha lasciato a testimonianza… 
Gli anni passati non si dimenticano e camuffata in questa poesia 
c’è una storia che davvero in qualche modo le somiglia…

LA FIAMMA OSSIDRICA

Salda, ragazzo, rischia la fiamma fra le mani
sulla lamiera dal grigio spessore della nebbia
che viene dai campi della tua periferia.
Salda, che il ferro è contento di spandersi
e in lingue bluastre scintillanti
fa saltare le schegge
ormai a cascata
come fuochi d’artificio bonsai
Fallo
che dopo domani ti sposi
– forse –
Più che altro è quel dolore al cuore
quella punta felina
come un diamante di ferro
trapassa l’armatura
stesa sopra il tuo petto
corazza sicura del lavoro
Più che mai è quel diamante
a trattenerti per terra
riesce a non farti alzare
da quel lago rosso di firmamento
che ti sommerge
– o Amore che non sai nuotare fra le stelle –
Non si muore prima delle nozze
lo ha detto il Guardasigilli
che nessun scappi il giorno della vigilia
lasciando la sposa incustodita!
– o Amore che non sai ascoltare –

Lina Francesca Casalini Maestri

IL VIAGGIO

Ti ho visto arrivare al posto libero,
il tram dondolava, hai appoggiato le braccia piegate
al sedile davanti a te e poi sopra la testa ricciuta,
gli occhi già chiusi nel sonno, la pelle giovane e scura.
Appena in tempo a Cordusio sei scattato all’uscita,
la mano stretta alla busta di plastica, traspariva
una maglietta arrotolata e un grosso pezzo di pane
non incartato.
Stropicciandoti gli occhi sei corso, il grande sorriso aperto fiducioso
all’uomo che fumava all’angolo,
che senza parlare ti ha girato le spalle,
in un attimo eravate già lontani.
Le sirene lacerano lacerano lacerano e poi
muoiono là in fondo nell’aria luminosa.
Nel silenzio ti vedo ora, ma sei proprio tu che stai dormendo ancora?

Attilia Mazzini

Non templi innalzati agli Dei
Ma colonne di fumi
Veleni sputati nel cielo
Civiltà sepolte
Splendori perduti
Identità svendute
Per uno sviluppo mancato
Arrivando non senti il profumo del mare
Non ascolti più la sua voce
Il mare muore e tace
Ma quando il Nilo si riprende il suo cielo rubato
E splende la luna
Il mare piange i suoi figli ammazzati
Non per amore, come in Medea, ma
Per un pezzo di pane sudato di duro lavoro
Morti bianche non fantasmi
Ma figli, mariti, padri, fratelli
Mandati nell'aldila' senza peccato. 

 ... purtroppo ogni giorno un nostro collega ci abbandona a causa di una morte bianca, ma abbandona anche una moglie, dei figli, i genitori, dei parenti, degli amici, una comunita'... di questo vuoto siamo anche noi colpevoli! La sicurezza e' la nostra vita e la nostra vita e' credere nella sicurezza...  
aiutiamo i nostri colleghi a non abbandonarci mai piu' !!!

Antonino Della Porta

lunedì 30 marzo 2009

Preghiera di un padre

Prima di avere un figlio spesso leggevo la preghiera di Douglas Mac Arthur...

Dammi un figlio, Signore, che sia abbastanza forte da riconoscere la sua debolezza
ed abbastanza coraggioso da affrontare se stesso davanti alla paura.
Dagli la forza di restare in piedi, dopo una sconfitta onorevole,
cosi' come la forza di restare umile e semplice dopo la vittoria.
Dammi un figlio, Signore, in cui i desideri non rimpiazzino le azioni,
un figlio che Ti conosca e sappia conoscere se stesso.
Fa' che percorra, Ti prego, non il sentiero dell'agiatezza e delle comodità,
ma quello dello sforzo e della sfida nella lotta contro le difficoltà.
Insegnagli a tenersi diritto nella tempesta,
ma ad avere comprensione per coloro che sono deboli.
Dammi un figlio che abbia un cuore puro ed un ideale elevato,
un figlio che sappia dominarsi prima di voler dominare gli altri,
un figlio che sappia ridere senza dimenticarsi come si fa a piangere,
senza dimenticarsi del passato.
E dopo tutto questo, Signore, dagli, Ti prego,
il senso dell'umorismo, cosi' che viva con serieta',
ma sappia guardare se stesso senza prendersi troppo sul serio.
Dagli l'umiltà che gli ricordi sempre la semplicità della vera grandezza;
l'apertura di spirito della vera sapienza e la dolcezza della vera forza.
E allora io suo padre potrò mormorare
"Non ho vissuto invano"
............



Quel figlio invocato, il Signore me lo aveva dato.
Un assassino me lo ha ammazzato.

Il papa' di Gianluca Congiusta

sabato 14 marzo 2009

La Cultura Calabrese: poesia...

SE POTISSI

Se potissi ‘na sira riposari,
mi fermaria, beatu
mmenzu a chist’erva, sutt’a sti livari,
sulu, dimenticatu.

Dintr’a stu campusantu senza vuci
Vorrìa chisti quattr’ossa
Chi fussaru lassati, senza cruci,
senza nome, né fossa.

Vicinu ccà, a me patri, ch’avi tantu
Chi mi lassau, vorrìa;
restari sempri ‘nta stu campusantu,
sutt’a sta terra mia.

da “Canti Calabresi” – ed. 1971

BIOGRAFIA
Potito Giorgio nasce a Rizziconi il 29 giugno 1916. Giovanissimo si arruola e prende parte alla seconda guerra mondiale. Catturato in Africa dagli inglesi, viene portato in un campo di lavoro nell’estremo nord della Scozia. Alla fine della guerra rientra in Italia e si stabilisce a Bari dove vive fino alla sua morte, il 18 aprile 1988. Svolge l’attività di investigatore privato dalla fine degli anni ’50 in poi. In realtà la poesia è la sua vita. Pubblicista, dirige nel 1957 la rivista letteraria “Graalismo”, fondata assieme al grande poeta armeno Randt Nazariantz. Consegue svariati premi tra i quali, come già accennato in altra circostanza, il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1962, il Premio di Poesia “Valnerina” a Terni nel 1977, il Premio Nazionale di Poesia “Galatina” nel 1978, il IV Concorso di Poesia “Zagara di Rosarno” nel 1983, il Premio “Rhegium Julii” a Reggio Calabria nel 1974 e nel 1980 (terzo e secondo classificato). Fra le sue pubblicazioni, le seguenti raccolte di poesie: Le Pleiadi e Quattro; Canti Calabresi, Ora ricomincio; Canti dell’Aspromonte, Ultimo Approdo, Cara Amica; Le Quattro Rose, Nell’Infinito Cielo. Riposa nel Cimitero di Rizziconi.

mercoledì 4 marzo 2009

Poesie calabresi

SUTT’A ‘STA LUNA

Sutt’a sta luna chi pari d’argentu,
mmenzu’ a ‘sti filici fatti di sita,
‘na vota ti cercai ‘n’ appuntamentu
Pecchì cridiva ch’eri la mè zita.

Ora tutti li siri, quando ‘u jornu
Vaci morendu e ‘a notti si rrisbigghja,
comu ‘na mano, ccà, veni, mi pigghja
e, chjanu, chjanu nta ddù voscu tornu.

Ma tu non nci si cchiù. Restau la sita,
sutt’a ‘ sti grandi rami vellutati,
restau la vuci di ‘na bella zita
e tanti fogghj tutti mpaticati.

Non nci si cchiù, ma ieu t’aspettu. ‘A luna,
sulu ‘a luna se parlu ormai mi sente,
ti pensu, chjamu, ma non vju nente:
sulu ‘nu cuccu ch’aspetta carc’una.

Passau ‘n’atra nottata:
ieu sempre ccà, tu forse maritata.


(da “Canti Calabresi” – ed. 1971)

Autore: Potito Giorgio


Potito Giorgio, poeta calabrese.
Nato a Rizziconi (RC) il 29/06/1916, è morto a Bari il 18/04/1988. Riposa nel cimitero di Rizziconi, come da lui richiesto. Durante la sua vita, movimentata e piena di alti e bassi, ha scritto centinaia di poesie. Ha ricevuto svariati premi tra i quali il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1962.

sabato 21 febbraio 2009

Dialogo tra un Emigrante e la Calabria

Dialogo tra un Emigrante e la Calabria
I parte
Sul treno diretto al nord, dal finestrino del vagone di seconda classe, Antonio Cristofalo osserva il paesaggio che sta abbandonando. Una donnina grassoccia siede innanzi a lui: ha i capelli neri, gli occhi castani e la pelle olivastra.
È in abito scuro e stringe tra le dita la coroncina del rosario. Dopo qualche ora di viaggio estrae dalla borsa due pagnotte imbottite e ne offre una al giovane Antonio.
- Prendete, questo pane è buono, dentro c'è salame casereccio. Abbiamo ucciso il maiale a gennaio, ed è ben stagionato. L'aria nostra ha balsami che giovano alla salute degli uomini e delle bestie. Sentite il fischio del treno? Mi porta lontano con i ricordi. Ho incontrato altri come lei. Dal viso e dalle mani leggo che è un contadino in cerca di un buon salario, capace di darle la possibilità di ricomprare la terra dei suoi avi o di ridare la luce al suo sguardo spento.
Lei però non farà più ritorno. Da giovane deluso dice addio ai luoghi della memoria.
- Signora, lei vede queste lacrime? Vengono dall'intimo: le dedico al caldo sole, ai verdi colli, ai deserti monti. Al piccolo paese costruito su un'aspra roccia.
- Quanta melanconia! Lei deve destarsi e seguire la sua strada. Nelle terre del nord troverà la prosperità. Avrà un lavoro e non patirà la fame. Potrà gustare pane bianco, e viziarsi un po'. Potrà comprare abiti nuovi e gettare via i vecchi stracci. Acquisterà, finalmente, scarpe, sciarpe, guanti... Dimenticherà lo stato deprimente, di miseria e rassegnazione.
- Le vostre parole non mi riguardano perché porto con me, in questa valigia, il ricordo di un mondo stigmatizzato. Ogni volta che la nostalgia sarà mia compagna l'aprirò e prenderò coscienza delle mie origini.
- Quanta solerzia! Quanto orgoglio! Forse non sa che i ricordi sono nemici che espugnano le fortezze!? E allora mi dice cosa rapisce del suo paese? E cosa dovrebbe rammentarle?
- Ecco, questo è un lembo delle mie fasce, il ricordo di un'antica tradizione.
Appartengo ai non abbienti, alla classe dei garzoni. Porto con me le memorie degli affanni e dei malanni: un tozzo di pane raffermo, un pezzo di formaggio, una bottiglia di vino ed un vasetto di grasso di maiale.
- Cosa ne vuole fare? Li butti via e si libererà delle ultime vestigia della Terra che abbandona. Mi ascolti e non si pentirà.
- Giammai! Mai dimenticherò.
- Smarrisca i ricordi. Li abbandoni su questo treno. Ciò converrà alla sua immagine, oppure lassù saggerà la tribolazione dell'emarginazione. Sarà un diverso, un meridionale, a causa della sua favella, del colore della sua pelle.
Avvertirà tanto male e sarà costretto a ritornare al paesello e il suo onore ne soffrirà.
- Tacete. Riscatterò l'immagine della Terra mia. Viva la Calabria, griderò, ovunque mi troverò. Tutti dovranno sapere che noi, certamente gente semplice, non siamo però incontinenti, fannulloni e nullatenenti. Siamo un popolo fiero, capace e intelligente.
- Lei parla bene, ma s'illude se crede in ciò che dice. Purtroppo ritornerà come fan tanti, ma a portare discordia tra gli abitanti. Sono sicura che lei è un giovane onesto, ma io conosco la vita, l'animo umano e soprattutto il cuore dell'emigrante. Il tempo saprà darmi ragione...

II parte
Un treno a lunga percorrenza. Un signore distinto ritorna alla sua terra natia.
È un viaggiatore di prima classe che, rotolando la sigaretta tra le dita, guarda distrattamente dal finestrino. Una signora anziana gli si siede accanto.
La donna lo guarda e tendendogli la mano gli offre una pagnotta di pane.
- Vuole un boccone?
- No grazie, non ho appetito.
- Vedo. È in carne lei. Si ricorda di me? No, certamente no. Ne è passato di tempo ed altre cose occupano la sua mente.
- Non capisco di cosa parlate. Inoltre non vi conosco signora, non rammento il vostro volto.
- Non ha importanza. Sono una madre e come tale sono abituata all'indifferenza dei miei figli. Partono e tornando vedono in me solo un viso anonimo, stanco, scialbo e spigoloso.
- Sono desolato, non ho alcun legame con voi. Sono in viaggio verso sud: vado a cercare moglie.
- Perdoni la mia curiosità: perché un bel giovane come lei ha bisogno di tornare in Calabria per trovare l'amore?
- Voglio una compagna illibata. Il mio ambiente di lavoro offre solo donne poco serie.
- Forse son solo donne emancipate e disinibite. Quale miglior complice? Oppure preferisce un essere taciturno ed eternamente consenziente? Figliolo, ho la certezza che quel che cerca ed è sicuro di trovare, affannosamente dovrà inseguire...
L'uomo non risponde e volge lo sguardo altrove. La signora continua a parlargli.

- Voglio essere indiscreta mio bel giovane: mi dice quali sono le sue intenzioni?
- Signora io ho lavorato tanto e con sacrifici ho acquistato una casa grande e capiente.
- Lei allora ripartirà; non rimarrà dunque al natio campo?
- Giammai! Non ricordo che stenti e tristezza della mia ventura passata. Ora conduco vita nuova. Per quale ragione ritornare a vivere sacrificandomi per un salario che apre le porte alla miseria?
- Le assicuro che il nome Calabria non vuole significare solo persistenze, ma anche cambiamenti.
- Signora, voi non potete comprendere. Porto con me, in questa valigia, il segno del progresso: vengo da una Terra dove non esiste pane conservato per quindici giorni e poi trangugiato. Mai più grasso per cucinare, ma oli vegetali.
- Figliolo, non disprezzi il suo seme. Non si abbandoni al desiderio del ripudio. Lei è calabrese.
- Oh, ma io amo la mia Terra: il caldo sole, le acque cristalline, i peschi in fiore... È la gente che io detesto, ostinata a vivere nella totale ignoranza, nella sola tradizione.
- Conservano se stessi, il passato, i luoghi della memoria. Non trova che tutto ciò sia lodevole?
- Il tempo in quelli si è fermato. Alcuni hanno cercato di liberarsi dalla rozzezza del quotidiano, ma in sostanza, nonostante la loro fatica, rimangono degli inetti. C'è ancora chi vive in catapecchie, accanto all'ovile, respirando l'aria impregnata di cattivi odori che gli animali e i loro escrementi emanano.
Certamente la gente che vive in città e studia è migliore, ma di quanto?
- Lei ha una visione distorta della realtà. Calabria non è sinonimo d'acquiescenza.
- Vorrei rimanere, vorrei mantenere le promesse fatte al mio cuore, ma riparto perché credo che qualcosa di malsano regni nelle persone che rimangono.
- Allora le chiedo solo un servigio: una preghiera per la sua terra.
- Pregare? Solo chi è rimasto è obbligato a farlo.
- Sono indignata per la sua ostinazione, tipica certo di un calabrese, ma ora le chiedo e non pretendo una risposta: è forse un eroe colui che si diparte, o è solo un povero diavolo che fugge dalle fiamme del suo inferno?
L'anziana donna non attese risposta, prese con sé il suo vecchio scialle e scese dal treno. Dal finestrino richiamò l'attenzione del suo antico interlocutore: -
Figliolo, non m'inganno, non sono un falso profeta. Ciò che mi dice suona come una vecchia canzone. Inutile sperare. Son solo una madre acerba! Chi parte non tornerà.

Eugenio Feraco


sabato 24 gennaio 2009

A mio padre

Non esiste un altro uomo, così caro come lui...
sogna ancora ad occhi aperti e non ama la tristezza.

Noi ci somigliamo tanto, ma io non sogno ad occhi aperti,
io appartengo ad un altro mondo dove lui vivrebbe male.
Caro, caro vecchio mio!
Ora corri insieme al tempo e non corri più nel vento.
Ho il tuo sangue nelle vene, e ti porto nel mio cuore.
I suoi occhi sono buoni, i capelli quasi persi...
sulle spalle porta il peso di una vita senza posa.
Gira il tempo la sua ruota: c'è chi nasce, c'è chi muore,
ma la storia di mio padre, è di un uomo senza tempo...
Caro, caro vecchio mio...
ora corri insieme al tempo e non corri più nel vento.

Ho il tuo sangue nelle vene, e ti porto nel mio cuore..."
Antonino Della Porta

... Non c'e' cosa piu' bella di parlare dei nostri padri... magari qualche volta anche male! Ma l'importarte e' parlarne... Quando si e' bambini li veneriamo e crediamo che non ci sia nessuno al mondo migliore di loro, ma col tempo non  la vediamo sempre come loro perche' sono differenti le idee dato da uno scontro generazionale specialmente quando si e' adolescenti... ma poi crescendo ci riavviciniamo alle loro idee, crediamo ai consigli che ci dispensavano quando non ne volevamo proprio a che sentire di seguirli!!!
Ed eccoci qui a ringraziarli per quello che ci hanno dato e per quello che ancora ci potranno dare...


"Se guardo questa vecchia foto, credo che sia di circa 60 anni fa, vedo mio padre da bambino... di sicuro in quegli anni li' non si facevano molte foto e mi sembra strano poterlo vedere cosi' piccolo (lui e' il terzo da sinistra dell'ultima fila prima del bambino con le bretelle, quello senza scarpe) e come si puo' notare la situazione non era delle migliori (ti giuro che quando guardo mio papa' senza scarpe, gli occhi mi si gonfiano di lacrime).

Certo che se lo comparassi con i piccoli di oggi, tanto coccolati dalla famiglia e pieni di gioia mi si rattrista il cuore e mi scende giu' una lacrimuccia nel vedere il mio papa' cosi' piu' piccolo e trascurato...

Non riesco ad aggiungere altro ( i chianti me staju viviandu)!!!

Proprio per questo a nome mio di Cristina, di Carlo, Franca e i nipotini Walter ed Alessia, e perche' no anche dei futuri nipotini ringraziamo il nostro caro Papa' che giorno dopo giorno si fa in quattro per noi e che è stato fortunato come uomo a trovare una donna speciale come mia mamma che ha fatto tanti sacrifici anke lei per la famiglia quando papa' era fuori per lavoro..."
Luca Galluzzi


... Ora non mi resta che incorniciare questo splendido quadretto con le soavi note di uno dei migliori cantanti italiani...

A mio padre - Bocelli

Caro babbo,
Inutile discutere
Daccordo non saremo mai
Che cosa ce di strano in
ciò
Trent'Anni ci separano
O forse
Ce il timore in te
Di non trovare
più la forza
D' essere al mio fianco
Se gli ostacoli mi fermano.

Non preoccuparti, ascoltami
Avrò problemi
Affronto infami ma
Niente mi
spaventerà
Niente mi
corromperà
Niente al mondo
Mi
farà scordare che
Posso vincere
E voglio farcela da me.
E voglio farcela da me.

So bene che per te e difficile
Giustificare
Questa smania di combattere
Osare
l' impossibile....lo so

Ti
sembrerà incredibile
Ma
più ci penso più m' accorgo che
Assomiglio proprio a te
E non sai come vorrei
Che la forza non ti abbandonasse mai
Per averti qui
E non arrendermi
Mai

sabato 22 novembre 2008

Poesie di un emigrante...

L'ùominu russu

[...]
Rote de focu l'uocchi sgargellati
e luonghi e niuri i capilli lanuti
had'illu, cumu chilli dei dannati;

Fussiru 'mberu janchi, matingiuti
si l'ha ccu''na pumata, e dd''u muscune
sue li pili sû tutti 'ncatramati;

È d'atizza quant Napuleone
ma cchiù valente assai pue ppe' bravura...
ca nun ce stadi nullu a paragune
ccu' ll'uomu russu de Dicollatura.

Ppe' lli strapazzi 'n guerra e mo''mbecchiatu,
camina conoscinùtu ed ja lla tussa;
ma 'ncore porta la cammisa russa
ccu' tuttu ch'èdi viecchiu e sguallaratu.

[...]

Chist'è llu cuntu, mio letture caru,
de l'Uomo Russu, chi allu Maciarrone
passàndi all'arte de tamburrinaru;

Capu-tamburru e spia sutta Borbone
'stu Cavalieri d''a trista figura,
) chi ppe' giganti pigliava lle cone )
Avìa coraggiu assai... ma d''a pagura
a chill'accuntu 'un le trasìa 'na 'nzita...
e ppe' chilli cacacchi ch'eppe allura
se had'illu abbreviatu la sua vita.

È ffigliu de Dio marte e dde' 'na fata
ed è natu 'ntra i faghi 'e Riventinu
'stu cicropune, 'stu garibardinu
chi tutta la Calabria had'unurata;

De picciulu mustarva gran curaggiu
e jiadi sulu a caccia di li lupi
dintra li vùoschi,supra li dirrùpi;
a dece anni struggiu llu brigantaggiu.

Le sannu i viecchi de lu Praticiellu
tutte le sue prudizze de quatraru
ca si nde parri ccu' 'nu pecuraru
lestu lestu se caccia lu cappiellu.

Comu quandu ca tuni ventumatu
cce hai l'Uorcu, o lu magaru cchìu putente,
pperchì, letturi mie', de ccà le gente
bona e mala lu crìderi 'n fatatu.

[...]
Già ppe' cuntare tutt''a groliusa
sua storia chi mo' affrigge e mo' cunsùla,
cce vòradi la pinna de Padula
e lla sua fantasia meravigliusa;

Cà Cicciu Stuoccu nu valìa nu sordu,
e Nicotera nente 'n facce ad illu
e ferdinande Biancu 'nu rijillu
eradi, 'm paragune 'e ddo' Lipordu.

De la Francia, li miegliu Muschettieri
illu si l'attaccassi alli stivali,
e dde l'Italia tutti i Generali
nun sû buoni a lle fare de stallieri.

Cumu rumanza se puotu cuntare
le sue patùte e nun basta 'na notte;
e tutt''e valentìe de ddon Chisciotte
ccu' lle sue, nun ce puotu mai appattare.

da Le poesie, 1987


L'uomo rosso
) [...] Ruote di fuoco gli occhi spalancati / e lunghi e neri i capelli lanosi / egli ha, come quelli dei dannati; // Se fossero davvero bianchi, ma tinti / li ha con una pomata, e del pizzetto / suo i peli sono tutti incatramati; // E' alto quanto Napoleone / ma più valido assai può per bravura... / che non resiste niente al paragone / con l'uomo rosso di Decollatura. // Per gli strapazzi i guerra adesso è invecchiato, / cammina da gobbo ed ha la tosse; / ma ancora indossa la camicia rossa / con tutto ch'è vecchio e si trascina una voluminosa ernia; // [...] Questo è il fatto, mio lettore caro, /dell'Uomo Rosso, che al Maciarrone / passò all'arte di tamburrinare; // Capo-tamburone e spia sotto il Borbone / questo cavaliere dalla triste figura, / ) che scambiava per giganti le icone [dei tabernacoli]. // Aveva molto coraggio... ma per la para / nel deterano non gli entrava una setola di porco... / e per quei terrori che ebbe allora / si è accorciata la sua vita. // È figlio di Dio Marte ed è un santone / ed e nato tra i faggi di Reventino / questo bestione, questo garibaldino / che ha onorato tutta la Calabria; // Da piccolo mostrava un gran coraggio / e andava da solo a caccia di lupi / nei boschi, sopra i precipizi; e in dieci anni distrusse il brigantaggio. // Le conoscono i vecchi del Praticello / tutte le sue prodezze di ragazzo / e se ne parli con un pecoraio / rapido rapido si toglie il cappello. // Come se tu nominassi / l'Orco, o lo stregone più potente, / perché, lettore mio, la gente di qua / buona o cattiva lo crede un predestinato. // [...] Già per raccontare tuta la gloriosa / sua storia che un po' affligge e un po' consola, / ci vorrebbe la penna di Padula / e la sua meravigliosa fantasia; // Qui Ciccio Stocco non varrebbe un soldo / e Nicotera niente al suo cospetto / e Ferdinando Bianco uno scricciolo / sarebbe, a paragone di Don Leopoldo. // I più valenti moschettieri di Francia / egli se li legherebbe agli stivali, / e tutti i generali d'Italia / non sono buoni a fargli da stallieri. / Come un romanzo si possono raccontare / le sue traversie e non basta una nottata; / e tutte le prodezze di Don Chisciotte / con le sue non si possono mai mettere a pari.

(Traduzione di Dante Maffia)




The Red Man

His wooly hair is long, black as an inkwell,
the eyes are wheels of fires splayed wide
like the eyes of the damned in deepest hell.

His hair is really white, but he has dyed it
with some kind of cream, and his pointed beard
has been smoothed down and tarred on every side.

He is of the same height as was Napoleon
but much more skilled, more able to be sure...
nothing in the world can stand comparison
with the red man from Decollatura.
The experiences of war have made him old,
he walks hunched over and can't stop his cough;
but he still wears his shirt yet red and bold
an ancient man, a hernia his payoff.

My dear reader, this is the story, in sum,
of the Red Man, who at the Maciarrone,
took up the art of rapping on the the drum;

Head-drummer and a spy under the Bourbons
this melancholy figure of a knight -
who took for giants all the sacred icons.

He had a lot of courage... but got such a fright
you couldn't push a pig's bristle up his ass,
and all the scares he got back then, alas,
made his life very short and him uptight.

He's the son of the god Mars and a fairie
born among the beech trees of Riventino
this enormous brute, this garibaldino
who honored with his deeds all of Calabria.

He showed great courage when he was a boy
and went hunting for wolves all by himself
deep in the woods or over a high cliff
at ten he hunted brigands and destroyed them.

All the old timers of Praticello heard
of his exploits and feats when just a brat
and if you talk about it with a shepherd
he's very quick to take off his hat.

Almost as if you had really mentioned
a powerful magician, or the Ogre,
because all the people here, dear reader,
both good and bad see him as predestined.

[...]

To tell the whole of his glorious story
that brings you comfort but can also sadden
you would have had to enlist Padula's pen
and his celebrated fantasy.

Here Ciccio Stocco wouldn't be worth a cent
and Nicotera less than nothing then
and Ferdinando Bianco would be a wren
if with Don Leopoldo you compare each gent.

Even the best Musketeers from France
wouldn't be worthy of polishing his boots,
and all the generals of Italy in cahoots
wouldn't be good enough to be his servants.

His adventures can be sung like a romance
and an entire night would not be enough
and all of Don Quixote's gallant stuff
could never be compared to his circumstance.


(Translated by Luigi Bonaffini)